L'ultimo spogliatoio ... con Osvaldo Jaconi (Fermana) e Mario Russo (Monopoli)

Se l'autunno è conosciuto come la stagione in cui cadono le foglie, in Lega Pro le società si stanno specializzando nell'esonero degli allenatori. Fino a qualche ora fa eravamo arrivati a 14 club (su 54, ndr) che avevano deciso di cambiare la guida tecnica. Parliamo di poco più di due mesi dall'inizio del campionato. Se il buongiorno si vede dal mattino, qualcuno ci dovrà spiegare questa crisi tanto paventata in Lega Pro dove sia, considerato che si licenziano allenatori che comunque rimangono a libro paga fino al termine della stagione.
La vita di un allenatore è fatta anche di questo: in bilico ogni giorno fino alla domenica dove un pareggio o una sconfitta possono fare la differenza in una scala di valori dove i meriti non hanno lo stesso peso dei demeriti.
Davanti a questo quadro desolante, ci siamo chiesti se ci fosse un limite. Accorgendoci che si è andati anche oltre.
La vicenda Capuano-Sperotto, cavalcata dall'istrionico allenatore di Pescopagano e gestita in maniera eccellente dall'Arezzo, ha portato alla luce un problema che da qui a qualche anno potrebbe divenire la regola: lo spogliatoio vìolato.
Dopo l'arrivo delle telecamere negli spogliatoi prima delle partite, qualcosa ci fa pensare che la famelicità delle tv può arrivare a spingersi dove finora in pochi hanno osato: i microfoni nell'intervallo delle partite.
Ipotesi orwelliana?
Per capire se è solo una sensazione, abbiamo scelto due uomini che conoscono questa categoria come le loro tasche: Osvaldo Jaconi, attuale allenatore della Fermana in D e Mario Russo, allenatore fino a 12 anni fa ed ora Direttore generale del Monopoli. Abbiamo scelto questi due personaggi della ex serie C per capire - in questa intervista esclusiva per TuttoLegaPro.com - cosa sta cambiando nel ruolo dell'allenatore, per arrivare al punto focale: si arriverà all'ipotesi paventata poco sopra?
Se un tempo l'allenatore era visto come un maestro di vita, oggi la sua figura come si è trasformata?
Osvaldo Jaconi (Fermana):
"Io continuo ad essere e sentirmi un maestro di vita. Credo che le parole più significative le abbia dette Chiellini, quando all'età di sedici anni si approcciava alla prima squadra, imparando in quel passaggio dalla Primavera al gruppo dei grandi, l'educazione, il rispetto. Ancora oggi queste cose le porto avanti, secondo me è fondamentale. Quelli più giovani questa prerogativa dell'allenatore non la cavalcano, pensano più ad altro. Chi, come me, proviene da una lunga esperienza, sa che una delle prime cose che ci venivano insegnate era proprio questa: il rispetto del prossimo e di se stessi. La vita di oggi è cambiata, perdendo per strada i valori. Io continuo ad insegnarli, perché sono ancora da perseguire".
Mario Russo (Monopoli):
"Molto spesso si sente dire: l'allenatore è un aziendalista. Stranamente quando le squadre in C le ho fatte io, ho vinto i campionati. Adesso tutto ciò è impossibile. Questo mi porta a pensare che dietro l'allenatore aziendalista, ci sia un tacito consenso a tutto quello che fa la società. A mio avviso c'è poca consultazione. C'è solo un'accettazione, nella maggior parte dei casi, pensando poco a quelle che sono le caratteristiche di un allenatore, il suo modo di vedere il calcio, come fa giocare la propria squadra.
Quando si punta su un allenatore bisogna prendere in considerazione questi fattori, altrimenti si rischia di andare all'avventura. Sono pochi gli allenatori che incidono con la loro personalità alla costruzione di una squadra. Guardando dal lato delle società, essendo io un dirigente da anni, mi rendo conto che ci sono dei problemi economici non indifferenti. Penso che ci debba essere una mediazione tra le esigenze di una società e le richieste di un allenatore".
Lei come si trova oggi nel mondo del calcio?
Osvaldo Jaconi:
"Per andare avanti bisogna adeguarsi. Però sono contento di quest'età (è del 1947, ndr) che porto orgogliosamente, ma non mi piace l'andazzo. Non credo di fare ancora carriera e questo mi permette di essere quello che sono sempre stato. Questo calcio mi appartiene poco, rispetto almeno a quello che io amo e conosco. Mi solleva il fatto di non dover far carriera ora: l'ho fatta nei tempi giusti. Oggi sarebbe molto difficile. Vede, ai miei tempi per vedere la Tv si andava al bar. Oggi ci sono televisori ovunque, telefonini, Internet. Logico che Osvaldo Jaconi si sia dovuto adeguare a questo andazzo, ma non lo stima".
Mario Russo:
"Io come allenatore nel mondo del calcio non ci potrei stare. Dieci anni fa decisi, dopo l'esperienza a Cosenza, di smettere di fare questo mestiere per i problemi che vi ho appena descritto. Non mi sentivo più cautelato, non vedevo apprezzato il lavoro. A me piaceva educare il calciatore e anche correggerlo, in modo da avere tra le mani una squadra. Tutto ciò diventava difficile, molte figure del calcio vanificavano quello che era un lavoro profondo. Oggi come oggi il calciatore è attorniato da tante figure che rendono difficile proprio il ruolo dell'allenatore: in questo modo diventa anche difficile essere convincente agli occhi del calciatore stesso".
Di fronte ad un quadro poco edificante, vengono fuori le ultime dichiarazioni del Presidente della Figc, Carlo Tavecchio. Dietro quelle parole, la levata di scudi è venuta più che altro da gente che non vive nel mondo del calcio, a dimostrazione che l'etica e gli affari non vanno mai a braccetto. Le società di calcio preferiscono la sostanza alla forma.
Osvaldo Jaconi:
"Questo avviene perché un uomo misurato non darebbe scandalo, non darebbe il "pane" per i giornalisti. Oggi bisogna andare oltre. Anche dicendo delle cavolate. Non è quello che penso io. Però credo che per il ruolo che hanno questi personaggi, un po' di misura in quello che dicono andrebbe portata, perché è una cassa di risonanza importante. Tutti si rimane allibiti. Ricordo che per farmi vedere dall'allenatore, per farmi notare dall'allenatore, dovevo sgambettare in campo. Oggi la fatica maggiore che fa il calciatore, quando va in ritiro e comprende che non è aria, è quella di prendere il telefonino e chiamare il procuratore per trovargli un'altra squadra. I veri valori oggi come oggi non ci sono o, almeno, io non li vedo. Quando giochi in una squadra, deve prevalere il noi all'io, ed è per questo che c'è bisogno di regole, altrimenti diventa un'armata brancaleone.
Non è neanche facile inserire in un sistema di regole un ragazzo giovane, poco abituato a casa a fare certi sacrifici. Se non lo fa a casa, difficile che riesca a farlo in un gruppo. Quando ci sono dei divieti, dei no, diventa tutto più complicato.
Tempo fa pensavo che mio padre ha fatto meno fatica ad educare me e mio fratello di quanta ne faccia io con le mie figlie. E le mie figlie faranno una fatica ancora maggiore nell'educare i propri".
Mario Russo:
"Consideriamo che ormai nella vita comune c'è una mancanza di etica. Questo, di conseguenza, c'è anche nel calcio. Se dovessimo stilare una lista di persone per bene, la poca fiducia che abbiamo andrebbe persa, quindi meglio evitarla. Devo molto alla figura di mio padre, per l'educazione che mi ha insegnato, cercando di portarla avanti anche se attualmente le cose non sono più come un tempo. L'importante è non perdersi d'animo e continuare a trasmettere questi valori, almeno per essere d'esempio alla propria famiglia".
Sembra che ormai l'ultima barriera del calcio stia per cadere. La vicenda Capuano-Sperotto ha portato in risalto la vìolazione di uno degli ulltimi spazi di riservatezza che è lo spogliatoio. Se si vìola anche lo spogliatoio, cosa rimane?
Osvaldo Jaconi:
"I migliori risultati sportivi, parlo di vittorie mondiali e trofei alzati, nascono solo ed esclusivamente lì dentro. Le grandi imprese non nascono perché ci sono bravi giocatori, ma è l'unione che fa la forza. Se i risultati non partono da lì, non si va da nessuna parte. Ho potuto seguire la vicenda e questi che fanno queste cose sono figli di questo tempo: non hanno regole, non sanno quello che fanno, non valutano la pericolosità e la gravità di quello che fanno, proprio perché in un ambiente dove tutto è lecito, possibile. Se ne pizzicano qualcuno, la pena non c'è, quindi si sentono legittimati a farlo. Quello che è successo a Capuano è gravissimo. Le dirò: se una volta qualcosa potevi dire al di fuori dello spogliatoio, lo dicevi all'amico: oggi lo metti sui Social Network e lo sa tutto il mondo. E' una cosa disdicevole.
Questo rispetto dello spogliatoio va conservato e difeso. Oggi sorrido amaramente nel leggere certe cose sui Social Network e non le nego che rimango perplesso".
Mario Russo:
"Si sta prediligendo la spettacolarizzazione in tutto. Questa è la dimostrazione di un'etica che è cambiata. Tutti vogliono sapere i fatti di tutti e quel piccolo tesoro che era il chiuso di uno spogliatoio, sta diventando anche una cosa popolare. Se entra la telecamera in un posto così delicato, non c'è più spontaneità. Diventa tutto difficile, artefatto. Nei litigi pesanti, nelle discussioni feroci di uno spogliatoio, nasceva una volta l'apprezzamento da parte dei giocatori nei confronti dell'allenatore e viceversa. Adesso, questo spettacolo che si vuole offrire al pubblico è solo la curiosità morbosa. Ma il curioso non sa che indirettamente viene preso in giro, proprio perché non c'è spontaneità".
Del 2015 del calcio italiano, infangato dal calcioscommesse, lei cosa si sente di salvare?
Osvaldo Jaconi:
"Più che salvare, direi arginare: questa continua avanzata di queste situazioni che a noi lasciano perplessi. Oggi viene vissuta in maniera diversa. Se un tempo lo sbarco sulla luna era visto come un evento, oggi i ragazzi quasi si stupiscono del nostro stupore. Vorrei che questa deriva di qualunquismo non fosse inarrestabile. L'innovazione è utile, aiuta, però quando questa diventa un modo per cambiare certi modi di pensare e di agire, bisogna mettere un limite. Da salvare? Cercare di arginare il danno prima che diventi irreparabile. E ripartire".
Mario Russo:
"Mi sento di salvare l'entusiasmo dei giovani alle prime armi, nella speranza che questi andando avanti mantengano un carattere e una personalità che vada a combattere questo tipo di andazzo. Il giovane è sempre una speranza. Io mi sono ritagliato questo ruolo, per regalare la mia esperienza. Senza essere invadente, altrimenti ti fanno la guerra".
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